Stefan Milosavljevic

Giovane artista di origine serba, vicentino di adozione, si muove su un terreno più eterogeneo per quanto concerne il versante specifico dei medium utilizzati, sebbene anche nella sua poliedricità artistica siano riconoscibili delle costanti connesse ad una personalissima dimensione socio/culturale, spesso circoscritta a particolari situazioni intimistiche e domestiche.

Nello specifico, i rimandi più o meno velati a situazioni e sensazioni radicate nel suo vissuto familiare o i riferimenti a particolari episodi storici legati al suo paese di origine, fungono da stimolo per lo sviluppo di opere il più delle volte di natura installativa. Nei suoi lavori, l’osservatore viene posto di fronte a composizioni dall’estetica apparentemente gioiosa, che si muovono in una dimensione poetica, spesso impalpabile e leggera, ma che in realtà inducono a scavare sotto la superficie, aspettando solo di potersi raccontare.

Even the walls know your lies, 2016

Come una navicella errante rivolgo il mio sguardo in uno spazio rarefatto, polverizzato, sospeso fra le cime delle montagne più alte ed i piedi delle stelle più luminose: osservo la Terra dall’alto, forse troppo dall’alto. La mia casa non è mai stata più lontana di così.

La ricerca di Stefan Milosavljevic può essere definita poliedrica, infatti la sua produzione artistica non è facilmente inquadrabile in una tecnica e in un linguaggio specifici, ma, al contrario, riesce a ritrovare la propria identità più pregnante proprio attraverso una continua operazione di slittamento tra pratiche artistiche differenti (scultura, installazione, fotografia), in cui l’intervento minimale dell’artista riesce a trasmettere con forza tutta la poeticità e l’intimità di un racconto profondo.

Questa ferma vocazione alla sperimentazione e alla variazione continua rappresenta proprio il tratto distintivo della ricerca artistica di Stefan, un processo creativo in cui il giovane artista – attraverso una pratica di sottrazione e il ricorso a materiali spesso leggeri ed effimeri – asseconda il nostro bisogno di immaginazione e una certa curiosità per ciò che non ci appare immediatamente comprensibile.

Così facendo, le sue creazioni “misteriose” stimolano nell’osservatore un punto di domanda che implica uno sguardo più attento e un’analisi più profonda, in grado di andare oltre l’estetica pura dell’operazione per cogliere l’essenza e l’energia dei significati più nascosti.

Quest’aura di mistero è ben visibile nell’opera Between Billion Distances, dove l’artista, partendo da una stampa fotografica, interviene sulla porta di una piccola chiesa abbandonata.

Between Billion Distances, 2018

Il valore storico e artistico di questo vecchio luogo di culto ormai dimenticato diventa l’input ideale per un poetico processo trasformativo, mediante l’applicazione sulla porta chiusa dell’edificio di frammenti di luminose stelle metalliche. Attraverso questa semplice azione, Stefan ci offre uno strumento di immaginazione che ci permette di bypassare l’immagine visibile del portone chiuso della chiesa, per aprire visioni e prospettive altre, irraggiungibili e lontane, come l’immagine della dimensione cosmica.

Con questo intervento, l’artista indaga alcuni concetti enigmatici per l’uomo, come il tema dell’infinito e dell’imperscrutabile spazialità cosmica, dinanzi ai quali gli uomini avvertono tutta la loro piccolezza e limitatezza. Tra miliardi di distanze è, quindi, il luogo dove si inserisce l’esperienza umana con il suo pesante fardello di speranze e aspettative, quel luogo in bilico tra il certo e l’incerto, tra la sicurezza del conosciuto e l’enigma dell’ignoto.

Un altro intervento degno di nota è la grande installazione, o anche scultura ambientale, presentata in occasione della collettiva degli artisti finalisti dell’Arteam Cup 2018, presso la Fondazione Dino Zoli, intitolata The sweet sound of Ah: con un paziente e meticoloso lavoro di lenta sdrucitura di un tappeto, l’artista dissolve l’oggetto originario con un processo contrario a quello che lo aveva realizzato.

The sweet sound of Ah, 2018

Il pavimento diventa la tela che accoglie i frammenti leggeri e impalpabili del tappeto che, seppur ormai smembrato, riesce ancora a comunicare l’impressione della sua forma originaria.

Anche in questo caso, però, l’artista ci chiede un’analisi più attenta: dietro l’apparente immagine poetica di un tappeto di fiori, si cela infatti un atto distruttivo che diviene rappresentazione di uno stato di frammentazione, della perdita di un’integrità identitaria.

Un altro tema che come un fil rouge ritroviamo spesso nella ricerca artistica di Stefan è il riferimento alla sfera identitaria, direttamente connessa alla sua esperienza personale di artista emigrato dalla Serbia, terra natia, in Italia. Queste due terre rappresentano il passato e il presente dell’artista, sono due entità che convivono in lui, andando a definirlo nella sua specificità.

Nel progetto Eroe del mondo ritroviamo l’estremo tentativo di una sincronizzazione di queste due temporalità nella ricerca di un equilibrio possibile.

Nello spazio espositivo Stefan ricrea una palestra di installazioni che hanno la parvenza di attrezzi ginnici, ma che in realtà nascondono particolari elementi che rimandano a specifiche connessioni con il passato dell’artista. La palestra così ricostruita diventa metafora di un luogo instabile, fatto di pericoli e sofferenze, disseminato di trappole e impedimenti, che mettono alla prova qualsiasi tentativo di equilibrio.

Ancora una volta, attraverso un processo di metamorfosi, la palestra – che nelle memorie dell’artista rappresenta il luogo predisposto e donato ai cittadini dall’istituto scolastico, al fine di formare giovani pieni di forza e coraggio – qui si trasforma in un luogo instabile e non sicuro.

E nel momento in cui l’inganno si palesa, gli oggetti apparentemente innocui diventano bombe esplosive o letali armi taglienti; l’olio per far splendere le superfici rende le aste scivolose, l’oro delle corde a cui vengono appesi gli anelli evidenzia una fragilità nel reggere un corpo, gli aghi inseriti negli hula hoops trasformano il divertimento del gioco in dolore, quando gli oggetti vengono presi in mano.

La delicata estetica concettuale e minimale dell’arte di Stefan Milosavljevic nasconde un attento approccio processuale e una profondità di significati che inducono l’osservatore a scavare nel profondo della sua interiorità, oltre l’apparenza della superficie e l’immediatezza del visibile.

Stefan Milosavljevic nasce a Smederevo, in Serbia, nel 1992. Consegue la laurea triennale presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia nel 2016 e successivamente frequenta l’università IUAV, sempre a Venezia. Tra le mostre più recenti: Cenere, Galleria Daniele Agostini, Lugano (2019); Appocundria, Casa Testori, Novate Milanese (2019); I lied in a Visa Center, Galleria Più, Bologna (2018); Tra luce e tenebre, Galleria San Fedele, Milano (2018); Eroe del mondo – solo exhibition, Nam Project, Milano (2017); WANNA FIGHT?, Museo di Arte Contemporanea, Lissone (2017); A house, halfway, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino (2017); 100ma Collettiva Giovani Artisti, Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia (2016).
Si classifica primo al Prize Frase Contemporary Art (2016) e vince il Premio MAC Under 30: solo show nella project room del Museo d’Arte Contemporanea di Lissone nell’ambito di Arteam Cup (2016). Vince il Premio Speciale San Fedele, Milano (2017); è finalista e vincitore del Premio speciale progetto curatoriale under 30 @Punto sull’Arte (insieme ad Alessandro Costanzo) ad Arteam Cup 2018, Fondazione Dino Zoli, Forlì (2018).

https://stefanmilosavljevic.com/

Testi e progetto a cura di Martina Campese e Raffaella Ferraro.