Pillole del mercato dell’arte

Introduzione storica: Parte I

Estratto da: “Il mercato dell’arte contemporanea: Venezia, la Galleria Michela Rizzo“, Martina Campese, 2017, Edizioni Accademiche Italiane.

[…] Quando il mercato dell’arte era composto solo da due soggetti, gli artisti e i mecenati che rappresentavano rispettivamente l’offerta e la domanda, il loro legame era diretto e si operava su commissione decidendo soggetto, tempo di esecuzione, prezzo e materiali; una struttura molto semplice che ha dominato per secoli. Il valore delle opere create dagli artisti era valutato principalmente in base ai materiali utilizzati e le loro creazioni rispondevano alle richieste provenienti dai mecenati. Tuttavia, nel tempo si sono sviluppate forme più complesse che hanno portato ad un ragguardevole cambiamento dei meccanismi e l’introduzione di nuovi soggetti che hanno spezzato questo antico equilibrio.[1]

Le Accademie delle belle arti, sorte generalmente nel XVII secolo, erano istituzioni predisposte alla formazione dell’artista e ne legittimavano lo status, plasmando i gusti verso un’arte accademica che riflettesse il potere della classe nobile o altoborghese.[2] Nell’Ottocento, alla rigidità delle accademie si contrappongono le nuove forme d’arte indipendente. In questo secolo si assiste al passaggio dal sistema accademico a quello che poi sarà la struttura del mercato dell’arte contemporanea. Le istituzioni accademiche, citiamo ad esempio L’Académie des Beaux Arts di Parigi, non permettevano agli artisti di commercializzare opere, quest’operazione era garantita dal meccanismo interno dei courtiers, ed inoltre disponevano di un sistema per le esposizioni, chiamate salon in Francia, che fungeva da meccanismo di promozione degli artisti. Ai salon gli artisti scelti da un’apposita giuria ricevevano premi e le loro opere potevano essere acquistate dallo Stato. Questo procedimento escludeva quegli artisti che non si allineavano ai gusti della classe sociale al potere. Nel 1855 il primo atto di ribellione, che provocò scandalo, fu l’allestimento del Pavillon du Réalisme di Gustave Courbet dinanzi all’Esposizione Universale di Parigi. In esso l’artista espose le proprie opere rifiutate dalla giuria. Di lì a poco nacque il Salon des Réfusés. Questo gesto ebbe seguito, le esposizioni al di fuori di quelle ufficiali dettate dal mondo accademico presero a diffondersi, trovando comprensioni in un nuovo collezionismo e affidandosi a nuove figure del sistema dell’arte, i mercanti.[3] Con l’aumento della domanda potenziale si diffonde la figura dell’intermediario capace di soddisfarla. Questa veloce trasformazione ha come portavoce in primis gli artisti impressionisti; essi hanno generato un radicale cambiamento capace di rimodellare i gusti del pubblico e del mercato, la loro rivoluzione non è solo estetica, ma anche e soprattutto di grande importanza per la fondazione di un nuovo sistema commerciale. Nasce così il mercato indipendente dalle istituzioni, i cui attori principali sono gli artisti, i nuovi collezionisti e i mercanti.

Prototipo del nuovo mercante è Paul Durand Ruel, interessato alle novità degli impressionisti, che ottiene successi economici grazie anche al mercato americano. Così come Ruel è figura chiave del periodo impressionista, nella fase di passaggio alle avanguardie e alla successiva arte cubista si citano Ambroise Vollard e Daniel Henry Kahnweiler. Le strategie di questi «mercanti innovatori» erano indirizzate verso la stipulazione di contratti in esclusiva con gli artisti nel tentativo di creare una posizione di monopolio della loro produzione.

Il mercato continua a svilupparsi nel periodo tra le due guerre, il cui successo è sancito dalle vendite all’asta di arte contemporanea presso l’Hotel Drouot, organizzate tra gli anni Venti e Trenta. Queste segnano l’ingresso di un interesse che va oltre quello puramente artistico, si fa avanti l’interesse speculativo; il risultato è un ampliamento della fascia di pubblico che raggiunse l’alta borghesia e l’aristocrazia internazionale. Il boom degli anni Venti porta con sé un aumento delle gallerie d’arte contemporanea a Parigi, in Europa e in America. Tuttavia ci fu un arresto di questa espansione a seguito del famoso 1929, ed un tentativo di ripresa del mercato dell’arte negli anni della guerra.

Il parallelo tra avanguardie artistiche e andamento del mercato dell’arte continua anche nel secondo dopoguerra: in questi anni si può notare l’affermarsi della supremazia di New York come capitale dell’arte contemporanea, sulla precedente Parigi, sancito definitivamente dal movimento artistico prettamente americano, l’espressionismo astratto.[4] Tra le più importanti motivazioni di questo spostamento del centro di riferimento dell’arte, c’è da considerare la potenza commerciale della Nazione e la coincidenza dello spostamento degli artisti europei in America, per rifugiarsi dalla Seconda Guerra Mondiale.

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The Armory Show, courtesy Newsweek

New York si presenta come un luogo adatto a creare, vendere e promuovere arte, la sua architettura è una cornice ideale.[5] «L’Armory Show» di New York, esposizione di arte moderna tenutasi nel 1913 presso l’armeria del 69° reggimento, è considerato l’evento espositivo che sancisce la nascita dell’avanguardia americana e del suo sistema museale e di mercato. Si esposero infatti più di mille opere di artisti europei e americani. […]

[1] Cfr. Guenzi, Marco, La struttura del sistema dellarte (prima parte), «Economia dell’arte», 3, marzo 2014, in http://www.economiaediritto.it/la-struttura-del-sistema-dellarte-prima-parte/, pp.1-2.

[2] Russo, Antoniettachiara, Gli artisti nell’Ottocento: tra Accademia e mercato, «Finestre sull’arte», maggio 2010, in http://www.finestresullarte.info/percorsi/2010/05-artisti-ottocento-accademia-mercato.php.

[3] Ibid.

[4] Cfr. Poli, Francesco, Il sistema dellarte contemporanea, Editori Laterza, Bari 2011, pp. 3-22.

[5] Cfr. Zampetti Egidi, Chiara, op. cit., p. 29.

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